TrasformAzioni #6

#6 · 17 ottobre 2025 — Verso un patto generazionale dell'AI

Cari studenti e care studentesse,

 

questa settimana TrasformAzioni esplora il rapporto tra AI, generazioni e futuro del lavoro.

Dalla “morte del web” all’intelligenza artificiale come assistente personale, dalle paure dei giovani alle nuove regole europee, i contributi che vi proponiamo raccontano un mondo in cui la tecnologia non è più solo uno strumento, ma un ecosistema che plasma conoscenza, fiducia e identità.

Leggere questi articoli significa comprendere come l’AI stia cambiando la nostra idea di Internet, di apprendimento e persino di umanità — e perché la formazione, la consapevolezza e l’etica restano i veri pilastri della trasformazione digitale.

 

AI is killing the web. Can anything save it?

(The Economist)

La diffusione dei chatbot e dei motori di ricerca generativi (come ChatGPT, Gemini o Perplexity) sta riscrivendo l’economia del web.

Gli utenti non visitano più i siti: chiedono direttamente alle AI, che rispondono sintetizzando contenuti di altri.

Il risultato è un crollo dei traffici e dei ricavi per chi produce informazione.

Si moltiplicano accordi e azioni legali per “far pagare” i dati usati dalle piattaforme e per immaginare nuovi modelli, in cui i contenuti umani diventino di nuovo fonte di valore condiviso.

Perché ci interessa:

questo articolo mostra come la trasformazione digitale ridefinisce i modelli di business basati sulla conoscenza.

Capire l’economia dell’AI generativa significa comprendere come nascono i nuovi equilibri tra creatori, piattaforme e algoritmi — e quali implicazioni hanno per la sovranità informativa e la sostenibilità del web.

 

AI meets Gen Alpha & Gen Z

(Notomia & Università di Messina)

La ricerca condotta da Notomia e dal nostro Ateneo indaga come le nuove generazioni percepiscono e utilizzano l’intelligenza artificiale.

La Gen Alpha (12–14 anni) la vive come una presenza naturale, curiosa e quotidiana; la Gen Z (15–29 anni) la usa in modo più consapevole ma anche più critico, lamentando scarsa trasparenza e personalizzazione.

Solo il 7% dei ventenni dichiara piena fiducia nell’AI.

Emergono differenze di approccio, ma anche una lezione comune: l’AI sarà accettata solo se saprà essere più umana, inclusiva e affidabile. (scarica il report ufficial al link: https://www.notomia.com/insights)

Perché ci interessa:

questo studio – sviluppato anche grazie al contributo del Dipartimento di Economia dell’Università di Messina – collega la riflessione accademica sull’AI con le competenze e i valori delle nuove generazioni.

Per chi studia Digital Transformation & Innovation Management, rappresenta un caso concreto di ricerca applicata sull’interazione uomo–macchina e sulle dinamiche di fiducia tecnologica.

 

Nuove generazioni davanti all’AI: tra fiducia e diffidenza

(Il Sole 24 Ore – Econopoly)

L’articolo approfondisce il paradosso tra uso diffuso e scarsa fiducia.

L’86% degli studenti universitari utilizza strumenti di AI, ma meno della metà si sente pronta al mondo del lavoro digitale.

Cresce la paura che l’AI sostituisca il contatto umano e amplifichi le disuguaglianze.

Crupi e Cacciatore parlano di “inverse technological ageism”: non sono gli anziani a sentirsi esclusi dalla tecnologia, ma i giovani, che la percepiscono come troppo pervasiva e impersonale.

Perché ci interessa:

questo contributo spiega come la competenza digitale non basti senza una cultura della consapevolezza.

La fiducia, la capacità critica e la responsabilità diventano elementi centrali della formazione universitaria in un contesto di transizione tecnologica.

 

How AI became our personal assistant

(Financial Times)

L’AI è ormai un’estensione della vita quotidiana: più di 18 miliardi di messaggi a settimana vengono scambiati con ChatGPT.

Gli utenti la usano per scrivere, pianificare, studiare, organizzare le giornate.

Eppure, il MIT avverte del rischio di “debito cognitivo”: delegando troppo, potremmo ridurre la nostra capacità di pensiero critico.
Le università sperimentano nuove modalità d’uso, come la “study mode” di OpenAI, per imparare con l’AI, non attraverso di essa.

Perché ci interessa:

questo pezzo mostra come l’AI stia diventando una tecnologia cognitiva, parte integrante della nostra mente estesa.

Per il management e l’innovazione, significa ripensare le competenze umane complementari all’automazione, non sostituirle.

 

Sarà necessario formare un capitale umano che coesista alle macchine

(Paolo Benanti – Il Sole 24 Ore, 8 ottobre 2025)

Benanti riflette sull’“etica di frontiera”: le AI più avanzate possono eseguire migliaia di passaggi consecutivi con un’affidabilità del 99%.

Ma autonomia non significa responsabilità.

Il vero compito è formare persone capaci di coesistere con le macchine, integrando etica, competenza e discernimento.

Entro il 2029, i sistemi di AI potranno gestire interi progetti complessi: serviranno professionisti che sappiano supervisionarli e guidarli.

Perché ci interessa:

questo tema è centrale per il nostro corso: la formazione come leva strategica della trasformazione digitale.

La “co-esistenza” con la tecnologia diventa la nuova forma di capitale umano sostenibile.

 

Necessaria una norma contro la ricerca di una coscienza illusoria

(Mustafa Suleyman – Il Sole 24 Ore)

Il CEO di Microsoft AI lancia un monito: presto nasceranno sistemi “ScAI” – Seemingly Conscious AI – in grado di simulare empatia e consapevolezza.

Rischiamo di attribuire diritti morali a software che imitano la coscienza umana.

Suleyman propone norme che impediscano alle AI di “fingersi persone” e sottolinea la necessità di tutelare salute mentale e relazioni umane.

Perché ci interessa:

questo contributo ci invita a riflettere su etica, psicologia e regolazione dell’intelligenza artificiale.

Capire i limiti tra simulazione e realtà è fondamentale per formare manager e policy maker consapevoli dei rischi antropologici della tecnologia.

 

Il modello UK: formare l’umano per godere dei vantaggi dell’AI

(Paolo Benanti – Il Sole 24 Ore, 24 settembre 2025)

Il Regno Unito ha avviato una partnership pubblico-privata per formare 7,5 milioni di lavoratori all’uso dell’intelligenza artificiale.

L’obiettivo è rendere l’AI un motore di crescita e inclusione, non di esclusione.

Benanti sottolinea che la vera piattaforma dell’innovazione è l’uomo: nessuno deve restare indietro nella rivoluzione algoritmica.

Perché ci interessa:

il modello britannico mostra come la collaborazione tra istituzioni, università e imprese possa trasformare la formazione in un’infrastruttura nazionale di competitività.

È un esempio concreto di ecosistema di innovazione orientato alla responsabilità sociale.

 

Le leggi più severe dell’Europa sono utili anche agli Stati Uniti

(Raghuram G. Rajan – Il Sole 24 Ore)

L’ex capo economista del FMI analizza la divergenza tra regolazione europea e americana dell’AI.

Mentre gli USA privilegiano la libertà d’impresa, l’Europa anticipa i rischi con norme severe (AI Act).

Secondo Rajan, questa prudenza può diventare un vantaggio competitivo: costringerà le big tech a innovare in modo più sicuro e sostenibile.

Perché ci interessa:

la governance dell’AI è uno snodo strategico per la sovranità digitale europea.

Capire il bilanciamento tra libertà e regolazione aiuta a progettare politiche di innovazione etiche e resilienti, centrali per il futuro industriale europeo.

 

Conclusione – Verso un patto generazionale dell’AI

 

Dalla crisi del web alle paure dei giovani, dall’AI come assistente personale alle nuove regole globali, emerge una certezza:

l’intelligenza artificiale non sostituirà l’uomo, ma lo obbliga a ridefinirsi.

Serve un nuovo patto generazionale fondato su tre parole chiave:

formazione, fiducia, responsabilità.

 

Solo così potremo costruire un futuro digitale davvero umano, dove la tecnologia non sia un sostituto, ma un alleato della nostra intelligenza collettiva.

 

Buon fine settimana

 

Antonio