TrasformAzioni è la newsletter periodica del Corso di Laurea in Digital Transformation e Innovation Management. Ogni uscita sceglie le notizie più significative dal mondo dell'economia, dei media e della tecnologia e le legge attraverso la lente della trasformazione digitale e dell'innovazione.
Non è una semplice rassegna stampa: gli articoli vengono selezionati, raggruppati per temi e commentati, e per ciascuno si spiega "perché ci interessa", collegando l'attualità a ciò che si studia nel Corso. Da qui il nome: trasformazione e azione.
Nata per gli studenti, ma utile a chiunque voglia capire dove sta andando il digitale, TrasformAzioni allena una mentalità evolutiva: la capacità di muoversi con lucidità in un mondo che cambia di continuo, senza esserne travolti.
La geografia nascosta del potere: quando l'economia globale dipende da una sola isola
TrasformAzioni #18 · Il libro del mese: «Chip War», di Chris Miller
Cari studenti e care studentesse,
come ogni fine mese lasciamo da parte il consueto giro di articoli di attualità per fermarci su un libro solo. La scelta di questo mese nasce direttamente dalle ultime settimane: negli ultimi numeri abbiamo parlato di macchine litografiche contese, di laboratori americani insidiati dai concorrenti cinesi, di sovranità tecnologica europea. Sono tutti episodi di una storia più lunga, e «Chip War» di Chris Miller è il libro che quella storia la racconta per intero. Leggerlo serve a capire che la geopolitica dell'intelligenza artificiale di cui discutiamo ogni settimana non è cominciata con ChatGPT: è la continuazione di una partita aperta negli anni Cinquanta in un laboratorio del Texas.
Per un corso di Digital Transformation Management è una lettura utile per una ragione precisa. Tendiamo a pensare la trasformazione digitale come un fatto di software, dati e modelli organizzativi. Miller ci ricorda che sotto quel livello c'è uno strato fisico, fatto di silicio, macchinari e fabbriche, la cui geografia è concentratissima e la cui fragilità condiziona qualunque strategia digitale d'impresa o di Paese.
Il libro
Chris Miller, «Chip War: The Fight for the World’s Most Critical Technology», Scribner, 2022
Chris Miller, storico dell'economia alla Fletcher School della Tufts University, ricostruisce settant'anni di industria dei semiconduttori come se fosse una storia militare e diplomatica, perché in larga parte lo è. La tesi centrale è che il potere degli Stati, nel dopoguerra, si è spostato dall'acciaio e dall'alluminio, poi dall'atomica, alla capacità di calcolo: chi controlla la produzione dei chip più avanzati controlla insieme l'economia globale e la superiorità militare. Il libro segue questo spostamento attraverso le persone che lo hanno determinato, da Jack Kilby e Robert Noyce, inventori del circuito integrato, ad Andy Grove in Intel, fino a Morris Chang, che fondando TSMC a Taiwan nel 1987 separa per la prima volta chi progetta i chip da chi li fabbrica e riscrive l'intera struttura del settore.
Il punto d'arrivo è il presente: una filiera globalizzata all'estremo e allo stesso tempo piena di colli di bottiglia in mano a pochissimi attori, con la Cina impegnata in uno sforzo colossale per uscire dalla dipendenza tecnologica e gli Stati Uniti impegnati a impedirglielo attraverso i controlli sulle esportazioni. Miller non racconta una storia di mercati efficienti: racconta una storia di scelte politiche e industriali deliberate, che hanno costruito la mappa del potere tecnologico su cui oggi ci si scontra.
Alcuni spunti chiave
- La concentrazione come architettura, non come incidente. I processori più avanzati al mondo possono essere fabbricati da una sola azienda, in un solo edificio, a poche decine di chilometri dalle acque contese dello Stretto di Taiwan. L'unica impresa che produce le macchine per la litografia a ultravioletti estremi è l'olandese ASML, con macchinari che costano oltre cento milioni di dollari l'uno. Questa concentrazione non è un caso: è il risultato di decisioni prese nei decenni da governi e manager, dall'offshoring dell'assemblaggio in Asia in cerca di manodopera a basso costo alle scelte di politica estera americana.
- Il modello foundry come innovazione di business model. La rottura decisiva del settore non è tecnologica ma organizzativa. Separando progettazione e produzione, Morris Chang rende possibile l'esistenza di aziende fabless come Nvidia, Qualcomm o Apple, che disegnano i chip senza possedere una fabbrica. È uno dei casi più istruttivi che conosco di come un cambiamento nella struttura della catena del valore possa spostare il baricentro di un'industria intera, e con esso il potere geopolitico.
- La dipendenza cinese e i suoi limiti. La Cina spende ogni anno più denaro per importare chip di quanto ne spenda per il petrolio. Miller stima che costruire una filiera interamente domestica richiederebbe oltre un decennio e ben più di mille miliardi di dollari, e osserva che Pechino, nei fatti, non insegue davvero l'autosufficienza totale: punta a ridurre la dipendenza sui singoli colli di bottiglia. Il libro documenta anche il rovescio della medaglia dei sussidi, dai fallimenti di Tsinghua Unigroup alla truffa di Wuhan Hongxin, e discute la tesi che le restrizioni americane abbiano finito per accelerare, anziché frenare, lo sforzo tecnologico cinese.
- Lo «scudo di silicio» come ipotesi fragile. Taiwan produce oltre un terzo della nuova capacità di calcolo mondiale ogni anno. Miller calcola che una crisi nell'isola costerebbe migliaia di miliardi e almeno cinque anni per ricostruire la capacità perduta, un colpo potenzialmente più grave della pandemia. L'idea che questa centralità protegga Taiwan funziona solo finché la deterrenza regge; se non regge, la stessa concentrazione diventa il punto di massima esposizione dell'economia mondiale.
«La Cina destina le sue menti migliori e miliardi di dollari allo sviluppo di una propria tecnologia dei semiconduttori, nel tentativo di liberarsi dalla morsa americana sui chip. Gli strateghi da poltrona teorizzano sul dilemma di Malacca; Pechino, però, è più preoccupata da un blocco misurato in byte che in barili.»
Perché ci interessa: perché lega insieme quasi tutti i temi del corso in un unico oggetto materiale. La geopolitica tech, prima di tutto: i controlli sulle esportazioni sono oggi uno strumento di politica estera più incisivo di molte sanzioni tradizionali, e capirne il meccanismo aiuta a leggere le notizie che commentiamo ogni settimana. I business model: il passaggio al modello foundry mostra che le innovazioni di struttura industriale possono contare più di quelle di prodotto. Gli ecosistemi digitali: nessun attore, nemmeno il più potente, controlla l'intera filiera, e la posizione occupata nella rete conta più della dimensione. Il capitale umano: il vantaggio competitivo di TSMC o di ASML sta in competenze accumulate per decenni, non replicabili con un investimento. Infine la gestione del rischio: qualunque strategia di trasformazione digitale, in azienda come in un sistema Paese, poggia su un'infrastruttura fisica concentrata e vulnerabile, e ignorarlo significa progettare sulla sabbia. È anche, aggiungo, il libro giusto per chi si sta chiedendo quanto della corsa all'AI di questi mesi sia davvero nuovo e quanto sia invece l'ennesimo capitolo di una guerra cominciata molto prima.
Buon fine settimana,
Antonio