TrasformAzioni #22 · Settimana del 25 settembre 2026

Il vertice di Washington non ferma la corsa all'IA: la rende solo più prevedibile

TrasformAzioni #22 · Settimana del 25 settembre 2026

Cari studenti e care studentesse,

Ieri alla Casa Bianca, Xi Jinping ha incontrato Donald Trump per la prima volta a Washington in undici anni, e sul tavolo, insieme a dazi, Taiwan e terre rare, c'era l'intelligenza artificiale. Non è stato un dettaglio di contorno, ma nemmeno la svolta che alcuni si aspettavano: dal vertice non è uscito alcun accordo tecnico annunciato, solo la conferma che il dialogo proseguirà. Xi ha dichiarato che le due potenze hanno "la capacità e la responsabilità di sviluppare e gestire l'IA per il bene comune", garantendo che resti "sempre sotto il controllo umano" e al servizio del benessere delle persone. Parole solenni per un risultato minimo: nessun dettaglio sui controlli all'export dei chip avanzati, che restano attesi ma non definiti. Il canovaccio, del resto, era già scritto nei giorni precedenti: il segretario al Tesoro Scott Bessent aveva annunciato, dopo otto ore di colloqui con il vicepremier cinese He Lifeng nella sede newyorkese di JPMorgan, un dialogo bilaterale sull'IA con un "meccanismo di notifica" per gli incidenti che raggiungono un livello di sicurezza nazionale. Bessent ha parlato di passare "dall'opacità a più trasparenza" tra le due maggiori potenze dell'IA al mondo e ha definito l'incontro un successo; il rappresentante commerciale Jamieson Greer ha aggiunto che i colloqui avevano trasformato "idee precedenti" in "iniziative concrete". La stampa di stato cinese ha raccontato la stessa giornata in modo assai più dimesso, citando l'IA come un accenno secondario dentro colloqui commerciali più ampi: la differenza tra le due versioni dice più della sostanza dell'accordo di qualunque comunicato ufficiale, ed è bene tenerla distinta, perché la prima è la lettura di chi ha interesse a mostrare progressi, la seconda quella di chi preferisce non alzarne il peso politico.

Questa distanza tra annuncio e realtà è il tema che The Economist ha messo in copertina la settimana scorsa con "Can the AI arms race be stopped?" e sviluppato in tre articoli di corredo: "Agreeing to make AI safer may be impossible", "Real co-operation on AI is likely to elude China and America" e "The debate over AI has taken over Washington". La tesi del settimanale è che rallentare lo sviluppo dell'IA sia tecnicamente possibile, e persino desiderato da chi la costruisce, ma politicamente quasi impossibile: Sam Altman, Dario Amodei ed Elon Musk, tre rivali che si fanno causa e si scontrano pubblicamente, hanno tutti chiesto una pausa di fronte al rischio di una estinzione accidentale dell'umanità, ma nessuno dei tre ha rallentato la propria corsa. Lo stesso Altman ha proposto che un accordo tra Trump e Xi sull'IA potesse valere un Nobel per la pace, definendolo un documento di una pagina: un'idea semplice quanto la realtà si è dimostrata resistente a realizzarla. Il sottotitolo scelto da The Economist per l'articolo sulla cooperazione sino-americana, la sfiducia reciproca è troppo profonda, ha anticipato quasi alla lettera l'esito arrivato ieri: non un trattato, ma l'impegno a continuare a parlarne.

Il meccanismo di notifica proposto da Bessent assomiglia, nella sostanza, ai canali di riduzione del rischio nucleare che Stati Uniti e Unione Sovietica costruirono durante la Guerra Fredda: serve a evitare che un incidente diventi un'escalation, non a fermare la competizione che lo produce. I controlli all'export sui chip avanzati restano fuori da qualunque intesa: la rivalità tecnologica prosegue intatta, la cooperazione riguarda solo il rischio residuo. È la soglia modesta ma realistica che diversi centri studi, incluso il CSIS di Washington, indicavano come l'unico traguardo credibile del vertice: definizioni condivise di cosa sia un modello di frontiera, canali di segnalazione per gli incidenti informatici, standard minimi sulla sicurezza dei pesi dei modelli. Niente che assomigli a un rallentamento comune dello sviluppo, e infatti non è successo.

La partita si gioca anche su un piano meno visibile ma più strutturale: quello delle istituzioni che governeranno l'IA nei prossimi anni. Il 16 luglio Pechino ha fondato a Shanghai la World AI Cooperation Organization, che a inizio agosto contava già 37 paesi aderenti, soprattutto economie del Sud globale attratte dall'offerta cinese di modelli open source e formazione tecnica. Washington ha risposto ampliando, a giugno, con il secondo summit Pax Silica, la propria coalizione a 24 economie alleate, concentrata però sulla sicurezza delle filiere di semiconduttori più che su una proposta di governance condivisa. Solo il Kazakistan compare in entrambe le liste, segno che i paesi intermedi preferiscono tenersi le mani libere piuttosto che schierarsi con l'una o l'altra parte. Gli Stati Uniti arrivano al tavolo con Pechino senza un modello di governance nazionale coerente da esportare, mentre la Cina ne ha già uno pronto: un'asimmetria che pesa più di qualunque dichiarazione rilasciata al vertice.

Il terzo tassello tassello riguarda Washington vista da dentro. Il 15 settembre l'assemblea Pro-Human, evento che ha messo sullo stesso palco Bernie Sanders e Steve Bannon, ha mostrato quanto il timore del potere concentrato nelle mani di poche aziende tecnologiche unisca ormai sinistra e destra populista. È un consenso che per ora si ferma alla retorica: Donald Trump, che quel potere lo frequenta da vicino nelle cene di stato con i vertici dei laboratori di IA, non ha mostrato fretta di trasformarlo in regole. Anche qui la distanza tra dibattito pubblico e azione concreta resta la cifra della settimana.

Messe insieme, le tre dimensioni raccontano la stessa storia da tre angoli diversi. C'è una cooperazione tecnica minima tra le due potenze, utile a evitare incidenti ma non a rallentare la corsa. C'è una competizione istituzionale aperta su chi scriverà le regole del gioco per il resto del mondo. E c'è un dibattito interno, negli Stati Uniti, che produce indignazione trasversale ma non ancora legislazione. La domanda posta in copertina da The Economist ha già avuto risposta, puntuale, ieri alla Casa Bianca: la corsa all'IA non si ferma, si dota soltanto di qualche guardrail dichiarato a parole, perché nessuno dei protagonisti può permettersi che un incidente la faccia deragliare prima del traguardo.

Perché ci interessa: Per chi si occupa di trasformazione digitale, il punto non è se l'IA sia sicura in astratto, ma dentro quale sistema di regole un'azienda dovrà operare nei prossimi anni. Pax Silica e WAICO non sono solo cornici diplomatiche: sono due ecosistemi paralleli di accesso a chip, modelli e standard tecnici, e le imprese che investono in IA dovranno presto scegliere, o barcamenarsi, tra logiche di fornitura e conformità diverse. La stessa incertezza regolatoria, negli Stati Uniti ancora priva di una cornice federale organica, è una variabile che ogni piano di trasformazione digitale deve ormai includere quanto il costo del calcolo o la disponibilità di talenti.

 

Buon fine settimana,

Antonio