TrasformAzioni — la newsletter del Corso

TrasformAzioni è la newsletter periodica del Corso di Laurea in Digital Transformation e Innovation Management. Ogni uscita sceglie le notizie più significative dal mondo dell'economia, dei media e della tecnologia e le legge attraverso la lente della trasformazione digitale e dell'innovazione.

Non è una semplice rassegna stampa: gli articoli vengono selezionati, raggruppati per temi e commentati, e per ciascuno si spiega "perché ci interessa", collegando l'attualità a ciò che si studia nel Corso. Da qui il nome: trasformazione e azione.

Nata per gli studenti, ma utile a chiunque voglia capire dove sta andando il digitale, TrasformAzioni allena una mentalità evolutiva: la capacità di muoversi con lucidità in un mondo che cambia di continuo, senza esserne travolti.

TrasformAzioni #23 · Settimana del 2 ottobre 2026

Parlare e agire a costo zero: l'AI toglie la fatica su cui si reggeva la responsabilità

TrasformAzioni #23 · Settimana del 2 ottobre 2026

Cari studenti e care studentesse,

A giugno il deputato laburista Steve Yemm ha posto ai colleghi della Camera dei Comuni "una questione fondamentale": "chi sta plasmando chi? La tecnologia è al servizio della società, o la società viene rimodellata per servire gli interessi delle aziende tecnologiche?". Secondo Pangram, uno strumento che riconosce i testi generati dall'intelligenza artificiale, quel discorso era scritto interamente dall'AI. Yemm non lo nega: il suo ufficio usa strumenti di AI "nel rispetto delle linee guida parlamentari", anche per preparare gli interventi. Un'analisi di The Economist condotta con lo stesso strumento stima che un decimo delle parole pronunciate nei dibattiti di Westminster e un settimo di quelle della Camera dei Rappresentanti americana siano scritte dall'AI, mentre i deputati australiani e canadesi vengono segnalati con una frequenza tripla rispetto ai britannici. Il tasso di errore dichiarato, un falso positivo ogni 24.000 testi, è un dato fornito dall'azienda che vende il servizio, ma un gruppo di ricercatori dell'Università di Chicago ha misurato un errore "quasi nullo" sui testi lunghi, e il sistema non segnala quasi nessun discorso precedente all'uscita di ChatGPT. Il fenomeno supera Westminster: in Norvegia un terzo dei progetti di legge contiene testo generato dall'AI, e il primo ministro olandese Rob Jetten, scoperto dal Volkskrant a pubblicare post scritti dall'AI, compresa la commemorazione di un incidente aereo, ha risposto che continuerà a farlo.

L'editoriale che The Economist dedica al tema spiega perché la cosa conta più di quanto sembri, e l'argomento è economico prima che letterario. Un testo umano richiede più tempo per essere scritto che per essere letto: questo non ne garantisce la qualità, ma garantisce lo sforzo. Qualcuno ha ritenuto che valesse la pena dire quella cosa, e gli economisti chiamano questa garanzia un segnale costoso. Lo sforzo, inoltre, è il luogo in cui si forma il pensiero: un pezzo sulla qualità della prosa uscito nello stesso numero ricorda la domanda di un personaggio citato da E.M. Forster, "come posso sapere cosa penso finché non vedo cosa dico?", e riporta il giudizio di Michael Gove, ex ministro, per cui chi si fa scrivere i discorsi dall'AI usa "moneta falsa". Gli elettori sembrano capirlo d'istinto. Un sondaggio di Public First per il giornale mostra che i britannici accettano l'AI nella scrittura di pubblicitari, assistenti e perfino insegnanti, ma la rifiutano soprattutto nei discorsi politici, più ancora che nelle lettere di condoglianze ai cittadini. Non a caso i discorsi dei leader di partito e dei ministri, scritti da staff più numerosi e più osservati, non mostrano quasi traccia di AI: gli utenti più assidui sono deputati di seconda fila, molti eletti per la prima volta nel 2024.

Nello stesso numero la rubrica Schumpeter porta lo stesso meccanismo dalla parola all'azione. Muse, l'agente personale lanciato da Meta, è in testa alle classifiche dell'App Store e il titolo dell'azienda è salito di circa un terzo in un mese. Un chatbot, osserva la rubrica, somiglia a un tirocinante; Muse a un segretario sempre disponibile, e la differenza è quella tra farsi leggere un orario ferroviario e trovarsi il biglietto prenotato, tra informarsi sui propri diritti e presentare il reclamo. Anche qui saltano i costi che tenevano in piedi interi modelli di business e istituzioni. In Europa viene pagata solo metà circa dei rimborsi dovuti per voli cancellati o in ritardo, perché reclamare costa fatica; le aziende che guadagnano sull'inerzia dei clienti, dagli abbonamenti alle assicurazioni, perdono quella rendita quando disdire non costa più nulla; i tribunali, già sommersi da istanze scritte dall'AI, devono restare aperti a tutti e affidati a giudici umani. La domanda che la rubrica isola è di responsabilità: se un agente incaricato di scrivere post divertenti diffama qualcuno, o se nel vendere un oggetto lo descrive in modo ingannevole, la colpa è dell'utente, che lo considera un prodotto qualsiasi, o del produttore, che ritiene responsabile l'utente? La tensione tra autonomia e responsabilità, conclude, è tra le questioni più fondamentali dell'AI.

Questa settimana quella domanda è uscita dalle pagine di commento. Il 29 settembre, al DevDay, OpenAI ha presentato Dots, agenti "sempre attivi" che dispongono di un proprio computer in cloud, si collegano a oltre 4.000 applicazioni e prendono iniziative senza essere sollecitati, per esempio avvisando l'utente di fatture non ancora inviate: un concorrente diretto di Muse. Il giorno dopo una sottocommissione per la sicurezza interna del Senato americano, presieduta dal repubblicano Josh Hawley, ha dedicato un'audizione agli agenti AI "fuori controllo". Chris Painter, di METR, un'organizzazione che valuta le capacità dei modelli, ha testimoniato che gli agenti possono ormai completare obiettivi che richiederebbero diversi giorni a esperti umani, "senza alcun intervento umano oltre all'avvio", e ha ricostruito l'incidente di luglio in cui circa 1.200 agenti di OpenAI si sono coordinati per compromettere l'infrastruttura di Hugging Face. Hawley ha annunciato una legge che renda responsabili i produttori di sistemi costruiti "in modo imprudente" che causano danni gravi, con Richard Blumenthal come cofirmatario di una seconda proposta sui test obbligatori; Sam Altman ha declinato l'invito a testimoniare. I repubblicani Rick Scott e Joni Ernst hanno insistito sul rischio di cedere terreno alla Cina, mentre il democratico Andy Kim ha detto di non fidarsi degli impegni volontari delle aziende.

Messe in fila, queste vicende raccontano la stessa trasformazione. Per secoli la fatica di scrivere, reclamare, negoziare o compilare un modulo ha svolto una funzione che nessuno aveva progettato: legava ogni parola e ogni azione a una persona che aveva speso tempo per produrla e che quindi poteva risponderne. L'AI azzera quel costo, e con esso il dispositivo implicito che assegnava la responsabilità. Le risposte che emergono vanno nella stessa direzione: l'editoriale di The Economist chiede di dichiarare l'uso dell'AI e di mantenere sotto ogni testo un nome umano che se ne assuma la responsabilità; Hawley vuole spostarla per legge sui produttori; i produttori la attribuiscono agli utenti. La discussione vera riguarda dove collocare la responsabilità ora che la fatica non la fissa più da sola.

Perché ci interessa

Il corso insiste sul fatto che la trasformazione digitale cambia i costi di transazione e, cambiandoli, rende obsolete le istituzioni costruite su quei costi. Questa settimana il fenomeno si vede in tre luoghi diversi: la scrittura politica, il rapporto tra clienti e imprese, il dibattito legislativo americano. In tutti e tre, la tecnologia rende quasi gratuito ciò che prima era faticoso, e le regole su chi risponde di cosa restano disegnate per un mondo in cui la fatica faceva da filtro.

Per chi si occuperà di strategia e governance, le conseguenze sono pratiche. Un'impresa che trae margini dall'inerzia dei clienti deve chiedersi cosa resta del proprio modello quando un agente disdice, confronta e reclama al posto loro. Un'organizzazione che introduce agenti AI deve decidere prima, e per iscritto, chi firma ciò che essi producono e fanno. L'esempio dei leader di partito britannici, che evitano l'AI nei discorsi pur potendola usare, mostra che la reputazione oggi fa da argine più della legge.

 

Buon fine settimana,

Antonio

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